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Possiamo essere razionalmente preoccupati ma non visceralmente inghiottiti da una paura permanente. Ci porterebbe fuori di testa. L’istinto di sopravvivenza quotidiano, che ci permette di convivere anche con una minaccia costante, sta remando contro la nostra sopravvivenza sul lungo periodo, spingendoci a sottovalutare in maniera sistematica i problemi climatici. Secondo gli psicologi, si sarebbero ormai instaurate, nell’architettura del nostro cervello, una serie di dinamiche tipiche dei matrimoni che vanno a rotoli. Il diniego, per esempio: cerchiamo di tirare avanti ignorando o evitando di riconoscere alcuni fatti inquietanti che sappiamo essere veri, riguardo al cambiamento climatico, perché cerchiamo rifugio dalla paura e dal senso di colpa che generano.
[...] Viviamo nell’inerzia di una società costruita attorno ai combustibili fossili, e gli istinti e le abitudini che in questo sistema ci sono serviti per prosperare ci stanno portando alla distruzione. In mezzo a questo circolo di vergogna, negazione e autoflagellazione, è sbocciata in alcuni ambienti anche una naturale e profonda attrazione verso l’apocalisse. Nutriamo un certo fascino per la fine, siamo sedotti dalla tragedia suprema perché rende prevedibili le minacce pendenti a mezz’aria, dà un nome alla nostra mortalità, dà un volto concreto alle nostre fobie; l’ansia dell’incertezza svanisce.

Matteo De Giuli è nato a Roma nel 1985. È senior editor di «il Tascabile», rivista di approfondimento culturale di Treccani. Collabora con Radio3, scrive per «National Geographic Italia», «il Venerdì» e altre testate. Coautore, con Nicolò Porcelluzzi, di una newsletter che si chiama Medusa.

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